19 febbraio 2015

Il Manifesto di Ventotene


" Manifesto di Ventotene" per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto,  di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni con Ursula Hirschmann .
Questo documento che descriveva la futura Europa Unita, venne scritto in uno dei momenti più bui della nostra storia,  gli autori segregati dal regime fascista nell'Isola di Ventotene, tra tante difficoltà non persero la fiducia di pensare ad un Mondo Nuovo, un Mondo migliore.




La Rai per ricordare i ragazzi del Manifesto di Ventotene ha realizzato un film per la tv "Un mondo nuovo" per la regia di Alberto Negrin, realizzato dalla Palomar di Carlo degli Esposti.





IL MANIFESTO DI VENTOTENE
«Per un’Europa libera e Unita. Progetto d’un manifesto»


A cura di Chiara Maisto

    Libertà ed unità. Questi, gli ideali del Manifesto del federalismo europeo, composto negli anni Quaranta del Novecento, da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni: i tre intellettuali antifascisti, al confino sull’isola di Ventotene. Il titolo, chiaro ed immediato, evoca il sogno di libertà e di unità che si palesa durante gli atroci avvenimenti del secondo conflitto mondiale. Il “poderoso strumento”-così definito da Mussolini- dell’alleanza con Germania e Giappone, nel 1940, non fa altro che aggravare le condizioni di miseria e di repressione in cui versa il Vecchio Continente.  
      
   Popoli stretti nella morsa militarista, che li serra da Ovest ad Est, braccandoli fino all’ultimo grido di sofferenza degli ebrei. Un magma indistinto di anime straziate, avvizzite. Non c’è posto né per piangere, né per pensare. Fame, morte e paura disseminate: come erbacce infestanti, come retaggio di una disumana opera non ancora giunta a compimento.

   Se da un lato le grettezze della guerra distruggono la dignità delle persone, radono al suolo case, smontano Stati; d’altro canto, certamente, generano il bisogno naturale di vivere secondo libertà e pace.


  
   C’è di più. Le due auspicabili condizioni (pace e libertà) sono alla base dell’eguaglianza sociale. E’ inconfutabile il fatto che la convivenza pacifica consenta il libero e, quindi, uguale espletamento dei diritti da parte di tutti. E se è vero ciò, è giusto anche pensare che esista un sentimento di solidarietà, tale da definire un popolo come appartenente ad uno Stato, ma non ad uno qualsiasi. Uno Stato che sia: unito, coeso, compatto.
     Questi valori costituiscono un patrimonio talmente importante, per la difesa e la conservazione del genere umano, da essere universalmente riconosciuti, imprescrittibili ed inalienabili. La rilevanza etica di tali principî ha permesso a ciascuno Stato di legittimare la propria sovranità su tali presupposti; i quali, per rigor di logica, devono necessariamente godere di eguale tutela internazionale.
      A riprova che l’Europa unita non è fantastica utopia (bensì realtà esistente e visibile), suddetti beni sono, oggi, presenti in ogni Carta dei Diritti o Trattato Istitutivo (europeo) che si legga. Per questo motivo, si ritiene il Manifesto il primo documento fondante l’Unione Europea: Rossi, Colorni e Spinelli sono i pionieri del progetto di una Federazione europea unita. Un luogo dove convivono persone, mosse da pensiero ed azione, facenti parte di un unico grande Stato Europeo.
     In particolare, essi:

11)      Propugnano la costituzione della Federazione europea libera ed unita;
22)      lo fanno attraverso un Manifesto scritto;
33)      proclamano un partito rivoluzionario.


   Ciò premesso, ci proponiamo di analizzare il contenuto del Manifesto federale.

[1] Dalle condizioni di logoramento materiale e morale («oppressi dall’attuale regime», «il problema volta a volta sentito come più doloroso»), in cui versa l’Italia, e tutta l’Europa, durante la seconda guerra mondiale, nasce l’esigenza di una realtà politica libera, unita, democratica (indicata espressamente come «la vera soluzione»). Non è un caso che l’idea della Federazione europea  sia partorita da tre uomini costretti alla brutalità dell’esilio dal Continente. La repressione attuata dal regime fascista è, da loro, vissuta in prima persona, per via della crudele emarginazione sociale a cui sono condannati, senza possibilità di difesa («oppressi dall’attuale regime»; «problema (…) sentito come più doloroso dalle singole persone»). Il Manifesto rappresenta il diritto di replica non concesso: la facoltà di esprimersi, di raccontare (clandestinamente) cosa sta accedendo in Europa e in quale direzione è importante muoversi.
     Il progetto federale  è una lancia di salvataggio per il popolo (alla stregua di  «massa eterogenea di tendenze»), per la Patria, per l’Europa: piegata dalla fame, dalla miseria morale («scarsa maturità spirituale»). Mutilata l’aspettativa democratica («le masse popolari attenderanno»: sintomo di lassismo disdicevole ai valori della libertà e della dignità umana), ci si chiede quale è lo scopo da raggiungere.  Chiaramente, bisogna sedare i conflitti interni ed esterni a ciascuno Stato («linee di divisione tra partiti»; «maggiore o minore democrazia»: espressioni riconducibili ad un radicato dissenso), altrimenti si rischia la sopraffazione reciproca. Ma cosa significa “Europa libera ed unita”? Costatare l’assenza dei contrasti, che pur sono fisiologici in politica, sarebbe assai riduttivo. Rossi, Colorni e Spinelli richiedono una collaborazione proveniente dal popolo, dal basso: «passioni popolari»; «forze popolari»; «coloro che…». Addirittura, Rossi «scende in piazza» per fare la rivoluzione («è ilproletariato che si desta», come afferma, nel 1925, nella rivista clandestina“Non mollare”).
      Si deve dare atto ad un cambiamento “storico”, radicale, definitivo. Non ci sono più «tendenze», ma «uomini»; non esiste più un movimento semplicemente «antifascista», ma un vero progetto di popoli uniti all’interno di una Federazione. E’ chiaro: si deve «realizzare l’unità internazionale».
     La complicità delle forze popolari gioca un ruolo fondamentale in questo tempo storico, dal momento che esse hanno il compito di ricostruire il potere nazionale e farlo confluire verso l’unione dei popoli europei («conquistato il potere nazionale, lo adopereranno (…) come strumento per realizzare l’unità internazionale»). La concertazione politica è l’idea di fondo su cui si impernia lo Stato federale, il quale, oltre a rendere libero ciascun uomo, deve essere “unito”.
   Vero è che le masse sono «lava incandescente» ed informe, ma le «vecchie assurdità» dei regimi totalitari non possono più impedire la «creazione di un solido stato internazionale». Per tale motivo, si staglia una nuova partecipazione collettiva alla vita dello Stato (non solo nazionale, ma anche- e soprattutto- internazionale), senza attendere, in modo fatalistico, l’arrivo di un evento esterno che salvi l’Europa da questa assurda situazione («nella semplice attesa del regime totalitario»).
    Confermando quanto detto, la Federazione mette in primo piano l’ideale della condivisione e del dialogo comune: «uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro».
    
[2]   Alla luce di tali considerazioni, si comprende facilmente perché Rossi, Colorni e Spinelli abbiano incluso, in un documento formale (un vero e proprio Manifesto), l’idea di uno Stato federale europeo. Colorni, in particolar modo, delinea il quadro di «crisi generale» derivante dallo sgretolamento degli Stati nazionali (che «giaceranno fracassati al suolo») e dei totalitarismi europei.
     Di qui, si deduce che un progetto stampato nero su bianco, ideato da menti sensibili al problema sociale, possa realmente cambiare le cattive sorti a cui è destinato il Vecchio Continente. La scrittura è l’unico modo, clandestino ma solenne, per contrastare l’aridità di manifestazione del pensiero imposta dal dispotismo e dal militarismo; per infondere la nuova concezione del potere federale; ed ha un intento didattico: educa gli uomini ad un nuovo modo di pensare e di agire politico (“non ci si può riunire per la semplice attesa della caduta del regime totalitario”, perché la “massa” deve trasformarsi in un popolo politicamente organizzato).
    Il pericolo, infatti, consiste nel momento in cui le masse popolari, animate dallo spirito di cambiamento, possano cadere vittima del loro stesso intento. Ciò, purtroppo, accade in situazioni di estrema ignoranza, di cui approfittano, circospetti, i nemici dei vecchi ceti privilegiati e conservatori, sempre pronti a rimpossessarsi del potere (quando le masse saranno «capaci di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalistii ceti più privilegiati dei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare i sentimenti (…) le passioni internazionalistiche (…) e si daranno a ricostruire i vecchi organismi statali»). Per ovviare a simili conseguenze, la scrittura degli ideali federali assurge a mezzo idoneo a proteggere e, nello stesso tempo, divulgare il nuovo pensiero politico federale. Pertanto, gli istituti democratico- federali possono salvaguardarsi, in queste precise circostanze storiche, soltanto attraverso una garanzia formalmente scritta.
     La tacita efficacia del Manifesto, che lo rende, oggi, fondamento del federalismo europeo è evidente nel suo carattere stampato, ordinato, diviso in quattro capitoli, in cui si snoda la concezione e la progettazione dello Stato federale europeo, da realizzare al termine della guerra. E’ eloquente, in proposito, il titolo del secondo capitolo: “I compiti del dopoguerra- l’unità europea”.
   La pubblicazione del Manifesto rappresenta il mezzo di legittimazione dei nuovi valori federali, assicurandone la circolazione e la pubblica conoscenza. E’, ancora, per tale motivo, che il Manifesto rappresenta il pilastro della «propaganda metodica», che il movimento federale europeo si propone di attuare: una vera e propria relazione programmatica sul da farsi a livello internazionale.


[3] E’ universalmente noto che ogni proposito di libertà debba essere difeso, se necessario, attraverso battaglie e rivoluzioni: la storia lo insegna, basti pensare a quanto accaduto nel 1789 in Francia. Probabilmente, il fatto che la libertà, ma anche l’ideale dell’unità, siano considerate principî supremi, le rende a tal punto preziose, da destare- paradossalmente- sentimenti di avidità, e potere tirannico.  Eppure: la libertà è un valore connaturato al genere umano (che non è nato per essere schiavo); così come l’unità è intrinseca al concetto di Patria che ciascun popolo (con costumi, tradizioni e lingua comuni) intende far valere.  Rossi, Colorni e Spinelli ambiscono alla libertà all’interno di un’Europa unita; pertanto, non possono che far fronte ad una vera e propria rivoluzione dellostatus quo dell’epoca in cui vivono.
    Oltre a questo, se è vero che tutti e tre prediligono un programma con «direttive d’azione» per creare l’Europa, deve ammettersi che il Movimento Federale Europeo (MFE) non appartiene più ad una linea di pensiero- definibile per convenzione- “socialista”, bensì rivoluzionaria. Ciò a conferma che il MFE è un movimento rivoluzionario.    
     Appresa, inoltre, l’efficacia scritta dei valori legittimamente contemplati nel Manifesto, come spiegato al punto 2), deve necessariamente riconoscersi che tale movimento- fondato su direttive e obiettivi ben precisi («atteggiamento politico centrale»; «quadri generali»; «prime direttive d’azione»)- sia, a tutti gli effetti, un partito.
     Dinanzi ad un’Europa dilaniata dal secondo conflitto mondiale, dove imperversa l’avidità per il potere, per la prevaricazione, non soltanto politica (per via del totalitarismo), ma umana (si veda l’olocausto o anche la condanna inflitta ai tre autori), è comprensibile concepire l’idea di un’Europa salda, unita, e, nello stesso tempo, dinamica. Ciò sta a significare che, sebbene non esista ancora un sentimento che lega un unico “popolo europeo”, secondo Rossi, è necessario operare uno sforzo comune per raggiungere la pace internazionale («solido stato internazionale»; indirizzare le forze popolari verso l’unità internazionale»).
     Il MFE, pertanto, si identifica in un concreto partito rivoluzionario che: «non può essere dilettantescamente organizzato (…), ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione».
  Il partito, la cui genesi è da attribuirsi principalmente a Rossi, si occupa, quindi, di educare le masse popolari, sprovviste di strumenti culturali (ecco perché “bisogna formare un atteggiamento politico centrale”), all’avvento dell’imminente federalismo europeo (creato da «uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro»). Ciò in quanto, la sconfitta della Germania nazista non è sufficiente, da sola, alla ricollocazione del potere democratico e delle istanze politiche eterogenee («lava incandescente di passioni popolari»; «forze popolari» di non ben definito carattere), presenti in tutta Europa. A ribadirlo, nel Manifesto è: «La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà».
  Il partito è un ente organizzato al fine di rimuovere i vecchi Stati nazionalisti- i quali “giaceranno al suolo”- e per dare forma un unico Stato federale europeo, con “sentimenti e passioni internazionalistiche”. Composto da ‘menti illuminate’ (“quadri centrali”) che sanno dove dirigere il lavoro, il partito segue specifiche “direttive d’azione” che impongono l’obbligo di risultato: la pace e l’unità, ovvero le fondamenta di quella «civiltà» di cui trattano Rossi, Spinelli e Colorni. Il fatto che il partito “non sia improvvisato” si concilia, ancora, con lo scopo che lo stesso si prefigge. La metodicità dell’azione del MFE si intravede, infatti, nella soluzione pacifica nervosamente inseguita, cercando di mettere in luce come i vecchi sistemi politici siano soltanto un groviglio di problemi che oscurano la libertà personale e sociale: «Il partito rivoluzionario (…) devepenetrare con la sua propaganda metodica ovunque vi siano oppressi dell’attuale regime (…) e mostrare come esso si connette con altri problemi, e quale possa esserne la vera soluzione».
  A ciò si aggiunge la volontà di reclutare nuovi militanti che facciano della rivoluzione europea una missione di vita: «dalla sfera via via crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell'organizzazione del movimento solo coloro che hanno fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita».


E così che si scorge un chiaro intento organizzativo e rivoluzionario, che, tuttavia, non si impone alla stregua dei regimi dispotici (come potrebbe sembrare dai sostantivi utilizzati: “direttive d’azione”, “atteggiamento politico centrale”, “quadri generali”, “compito centrale”), perché intende far risorgere le passioni popolari dal conservatorismo, convogliandole verso una giusta idea di democrazia (federale): «la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari».

Ripensare l’Europa in maniera democratica e sotto il punto di vista partecipativo della cooperazione tra Stati è stato il primo grande passo verso la Comunità e poi l’Unione Europea, che lega oggi molteplici realtà statali in unico grande Paese. Probabilmente, comprendere lo sforzo di chi ci ha preceduti, ci aiuta ad essere più tolleranti anche dinanzi alle diversità culturali presenti nel vecchio Continente, troppo spesso fonte di razzismo ed omofobia. Per questo motivo, leggere e conoscere il Manifesto è, prima di tutto un esercizio della cittadinanza europea, che può farci uscire dalla condizione di provincialismo e diffidenza a cui siamo, per volontà o abitudine, particolarmente affezionati.